Alberi dai nòccioli della frutta, funziona davvero?!!?

nòccioli frutta

Qualche giorno fa un’amica mi ha chiesto un’opinione riguardo a questa moda che impazza per ora sulle bacheche social degli appassionati di Natura: lanciare i nòccioli della frutta dal finestrino dell’auto!
Attenzione. Il nòcciolo (con l’accento sulla prima o) è una specie di astuccio legnoso, duro, che racchiude i semi di molti frutti. Chiamato anche drupa. Il nocciòlo invece (con l’accento sulla seconda o) è una pianta della famiglia delle betullacee, che produce la nocciòla.


Girano infatti un paio di post, tra i vari gruppi di interesse, che promuovono l’iniziativa di conservare i nòccioli della frutta che si consuma, lasciarli asciugare e poi tirarli a bordo strada, mentre si guida.
Magari farlo da passeggero e non da guidatore, eh!

nòccioli frutta


Questo consentirebbe la germinazione casuale e negli anni crescerebbero centinaia di potenziali alberi da frutta nei bordi stradali, negli incolti, nelle aiuole abbandonate, a disposizione di chiunque, aumentando anche la biodiversità. Non sarebbe neanche la prima volta che succede.
Ma funzionerebbe davvero?

Alla ricerca di un saggio parere

Devo dire che dopo aver risposto a Claudia (questo il nome della nostra amica), ci ho rimuginato parecchio sopra. Forse in realtà non ne sapevo abbastanza sull’argomento. Così mi sono chiesto mentalmente chi potessi consultare per saperne di più. Doveva essere una persona competente, che non si faceva scomporre da questioni inusuali e che avrebbe retto alla mia valanga di domande. Perfetto, ce l’avevo.

Ignazio Gurreri era la persona perfetta. Grandissimo conoscitore del territorio e appassionato di campagna come pochi. Una biblioteca vivente su tutto ciò che riguarda le cultivar siciliane e le nostre razze autoctone, oltre che formidabile innestatore. Insomma, uno degli ultimi custodi di antichi saperi. Così quando ho chiesto “Gnazzio, dici che questa cosa dei nòccioli della frutta, funziona?” la (inaspettata) risposta è stata: “Io non perdo occasione di farlo!”.

il caro Gnazzio mentre innesta agrumi a Casa delle marmellate

Scopro così che, al contrario di quanto credessi, basta qualche mese di freddo ad attivare il seme della frutta, ben nascosto all’interno del nòcciolo, e la germinazione avviene con facilità. Quindi funziona!
E inoltre, dai nòccioli della frutta nascono alberelli da frutto che, il più delle volte, non occorre necessariamente innestare. Tutto però dipende da cosa stiamo seminando (o gettando dal finestrino) e dalla sua varietà:

Una pioggia di nòccioli di frutta

Tra i tanti nòccioli di frutta che possiamo usare per questa tecnica, ad esempio, alcuni sono geneticamente stabili e riproducono fedelmente la varietà seminata. È il caso di pesco e albicocco. Nei rari casi in cui non lo fanno, il frutto è comunque ottimo e la pianta che da loro deriva è spesso anche più resistente. A meno che non si stia facendo un progetto di selezione o si lavori in un vivaio quindi, seminare pesche e albicocche darà risultati abbastanza buoni.

Un giovane pesco di un anno, nato spontaneamente in un vaso a casa Acquagrande

All’opposto invece vi è il mandorlo: difficilmente, da seme, si ottiene la varietà della pianta madre e generalmente il risultato è scadente. Ma come portinnesto, il mandorlo va benissimo! Si semina amaro solo perché non appetito a topi e ratti (che invece adorano spaccare i nòccioli della frutta e consumarne il seme).. Per il resto, in termini di vigoria e resistenza, amaro o vecchia varietà di dolce a guscio duro non fa differenza.

Se li lanciate dal finestrino della vostra macchina, la probabilità di germinazione è abbastanza alta. Nel giro di pochi anni ci sarà un alberello prodigo di fiori tardo invernali, una mano santa per gli impollinatori!
Se poi ne siete in grado, potete innestarlo a mandorla dolce o a susino, oppure a prugno. Se non siete capaci di farlo, fatevi affiancare da qualche innestatore esperto. Così contribuirete a diminuire la desertificazione culturale delle vostre zone. Oggi quasi nessuno sa più innestare!

Innesti di susino su mandorlo amaro, fatti da Gnazzio nella nostra food forest

Per il prugno e il susino il discorso è un po’ più complesso. La totalità delle cultivar odierne deriva da forme selezionate in Europa (da Prunus domestica), in Cina e Giappone (da Prunus salicina) e da ibridi derivati da queste due forme genetiche. Alcune cultivar non danno buoni risultati da seme, altre invece sono considerate abbastanza forastiche, quasi selvatiche. E’ il caso ad esempio dei nòccioli di frutta che abbiamo lanciato inavvertitamente anni fa a casa Acquagrande. Dovevano essere delle susine con una genetica davvero “wild” perché hanno proliferato e i loro polloni ora formano la nostra siepe più bella e più ricca di vita!  

Giovanissimo susino

Non solo drupe e nòccioli di frutta


Discorso diverso per gli agrumi: impossibile prevedere a priori il risultato. Ad oggi non ne esistono di selvatici e la loro fortissima poliembrionia può far spuntare fuori di tutto. Occorre solo pazientare da 5 a 10 anni per scoprirlo. Si va dalle varietà più stabili, sicuramente replicabili per seme, come l’arancio amaro, a quelle sufficientemente stabili (pomelo, pompelmo), a quelle da terno al lotto (la maggior parte!). Ma non bisogna demordere,  ci sono una quantità di frutti facilmente riproducibili per seme, con ottimi risultati: il nespolo del Giappone, ad esempio. Oppure olivo, carrubo, giuggiolo, ciliegio e amareno. Tutti questi sono potenziali nòccioli di frutta da gettare dal finestrino…

Amareno di un anno nel nostro Orto a lasagna

Le alternative, quindi, sono tantissime e non si limitano alle piante da frutto. Ve lo immaginate quante possibilità ci offrono le selvatiche? Fagiole di Anagyris foetida per curare i suoli e combattere la desertificazione, ghiande di roverella e leccio, samare di olmo, frassino ed acero per riformare i boschi. Si possono pensare perfino degli eventi a tema!


Vuoi vedere che ogni tanto i social ci azzeccano?!!?

Il vostro caro Totò

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